venerdì 13 novembre 2009

Da Cosa nostra a Gladio via Unabomber. Di Luigi Grimaldi



da "Il Nuovo Friuli" 13 novembre 2009

Tra i documenti che Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo ha consegnato lo scorso 29 ottobre alla Procura di Palermo, assieme all’originale del famoso papello oggetto della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato, c’è un appunto manoscritto dal padre, Vito, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, l’organizzazione spionistica di militari e civili attivata dai nostri servizi segreti militari in funzione anticomunista, che operò in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Novanta.

Si tratta di una notizia clamorosa, di un legame tra Gladio e Cosa Nostra, che, se verificato dalla magistratura che sta indagando sulle stragi del 1992 e 93, in Sicilia e sul continente, aprirebbe scenari le cui implicazioni è riduttivo definire clamorose.

Viene infatti da chiedersi perché mai i carabinieri che avrebbero condotto la famosa trattativa con la Mafia, i cui passaggi chiave sono stati scanditi da ben 7 sanguinosi attentati concentrati in pochi mesi a Milano, Roma, Firenze e in Sicilia, abbiano deciso di rivolgersi proprio ad un personaggio, Ciancimino appunto, cerniera tra Gladio, la politica e la Mafia. Allo stesso tempo questa nuova rivelazione riapre tutti gli interrogativi rimasti insoluti su un altro mistero: il ruolo del Centro Scorpione di Trapani, la struttura di Gladio diretta dal Maresciallo Vincenzo Li Causi, morto assassinato in Somalia nel novembre del 1993, in coincidenza con la fine della stagione stragista. L’ultimo attentato della serie, per fortuna fallito, era stato infatti programmato per la fine di ottobre di quell’anno, allo stadio Olimpico di Roma, in Via dei Gladiatori, Appunto.

Ma vi sono anche altri fatti che a questo punto diventano di assoluto interesse. E’ stato accertato infatti, nei diversi processi per le stragi mafiose, che Cosa nostra aveva la consapevolezza preventiva che i suoi attentati sarebbero stati rivendicati dalla Falange Armata, la misteriosa organizzazione di terrorismo psicologico attivissima, la coincidenza temporale è ancora una volta straordinaria, tra il momento della rivelazione della esistenza di Gladio e l’inizio del 1994.

Filippo Malavagna, pentito di mafia, legato a Giuseppe Pulvirenti, detto “o Malpassotu”, 9 maggio 1994, in un interrogatorio, ha riferito agli inquirenti di aver ricevuto dalla mafia catanese la proposta di partecipare ad attentati che rientravano in un programma di guerra allo Stato voluta da Totò Riina. Malavagna ha anche rivelato che Pulvirenti gli spiegò che si era deciso «che tutte le future azioni terroristiche di Cosa nostra venissero rivendicate con la sigla “Falange Armata”».

Lo confermano altri pentiti. Ad esempio Tullio Cannella, un collaboratore di giustizia di fondamentale importanza. Durante il processo “Borsellino Ter”, con dichiarazioni che saranno poi riprese nella sentenza fiorentina per le stragi del ’93, Cannella ha dato conto di alcune conversazioni, risalenti al gennaio 1994, con Leoluca Bagarella, il braccio destro di Totò Riina. I due discutono delle garanzie ottenute da Cosa nostra in relazione alla prevedibile reazione dello Stato agli attentati del 1992-’93: «Non mi precisò in questa sede», ha deposto Cannella in Aula, «da chi erano state date le garanzie, ma mi assicurò che, comunque, “l’operazione era stata studiata bene” e che vi era la possibilità di accollare le stragi a organismi terroristici del tipo “Falange Armata”». Va detto che tra i personaggi di spicco dei servizi segreti militari e di Gladio, segnalati in inchieste giudiziarie come appartenenti alla Falange, c’era proprio Vincenzo Li Causi, il responsabile del centro di Gladio in Sicilia denominato Scorpione e con sede a Trapani. Un fatto che solleva anche altri inquietanti interrogativi collegati proprio, ma non solo, alle rivendicazioni da parte della Falange Armata degli attentati di Mafia. E’ stata infatti accertata, nel 1996, dalla Procura della Repubblica di Udine, attraverso una perizia fonica sottoscritta dal perito ingegner Paoloni, l’identità di uno dei telefonisti che a nome della Falange armata hanno rivendicato gli attentati del 1993. Un personaggio inquietante, ex collaboratore dell’Ambasciata Libica di Roma, ascoltato come testimone anche dal Giudice Priore nell’inchiesta sulla strage di Ustica. Un fatto che oggi diviene doppiamente interessante. E’ vero infatti che questo personaggio ha effettuato le sue rivendicazioni da Udine, dove esisteva la maggior concentrazione di Gladiatori in Italia, dove Li Causi aveva importanti collegamenti personali e dove esisteva un altro centro di Gladio, L’Ariete, collegato al Centro Scorpione. Un legame ammesso dallo stesso Li Causi, e dal suo capo, il Colonnello Fornaro, negli interrogatori resi ai magistrati che si occuparono a suo tempo della misteriosa organizzazione militare. Di più. Il telefonista friulano è stato per lungo tempo uno dei principali indagati per le azioni “dell’imprendibile” Unabomber, il misterioso gruppo di attentatori (poiché secondo l’odierna consapevolezza degli inquirenti di un gruppo si tratta) che dal 1994, ancora una volta in coincidenza con la fine della stagione stragista e il rapido scomparire delle “rivendicazioni falangiste”, ha disseminato decine di inspiegabili micro bombe tra veneto e Friuli, provocando paura e dolore attraverso trappole esplosive miniaturizzate tecnologicamente molto sofisticate, opera secondo alcuni periti di un artificiere esperto, addestrato e collaudato sul campo. Un gruppo misterioso e senza nome che ha sfidato lo stato facendosi beffe per 17 anni di ogni possibile indagine svolta dal fior fiore dei migliori investigatori italiani, arrivando persino a “bombardare” un bagno dell’aula Falcone e Borsellino del tribunale di Pordenone. Una vicenda il cui ultimo capitolo racconta della manipolazione di una prova, a carico di un altro indagato, oggi del tutto riabilitato, ex dipendente dell’Oto Melara, in passato fornitrice di materiale bellico navale alla Libia. Una manipolazione per cui è stato recentemente condannato a Venezia un perito della Polizia di Stato, uno dei periti utilizzati per le indagini sulla strage di Via D’Amelio. Ancor più inquietante è il fatto che uno dei più feroci micro attentati attribuiti a Unabomber, quello del 25 aprile 2003, con un ordigno nascosto in un evidenziatore che ha sfigurato una bambina di 9 anni, sia stato messo in atto a San Biagio di Callalta, a pochi metri dalla Telcoma, la fabbrica in cui è stato prodotto il telecomando utilizzato per la strage in cui furono uccisi il giudice Borsellino e i suoi agenti di scorta. Coincidenze suggestive? Può darsi ma anche la strage di Via D’amelio è stata rivendicata dalla Falange Armata utilizzando proprio lo stesso codice numerico di identificazione scelto per le sue rivendicazioni dal telefonista friulano sospettato senza esito di essere Unabomber. Resta il fatto che quella di Via D’Amelio, in base a quanto sta emergendo dalle indagini recentemente riaperte a Palermo e a Caltanisetta, anche grazie alla collaborazione di Massimo Ciancimino, è stata una strage messa in atto quasi certamente per impedire a Paolo Borsellino di mettersi di traverso, fermandola o ostacolandola, alla trattativa in corso, e di proseguire le indagini sulla strage di Capaci in cui il 23 maggio 1992 sono stati sterminati il giudice Falcone, la moglie e, ancora una volta, la scorta. In Sicilia Scorpione è rimasto a tutt’oggi il più misterioso dei 5 centri operativi della Gladio/Stay Behind creati in Italia dal Sismi sotto la gestione dell’Ammiraglio Fulvio Martini. Basti pensare che le indagini su questa sede trapanese dei servizi segreti militari, innescate dalla scoperta dell'esistenza della rete Gladio, non sono riuscite a ricostruirne lo scopo, il lavoro svolto, le strutture utilizzate, i fondi impiegati. L’unica attività che risulta svolta ufficialmente è un rapporto sulle attività della comunità di recupero per tossicodipendenti Saman. Quando Falcone provò a indagare proprio sul Centro Scorpione di Trapani l’allora procuratore Capo di Palermo Pietro Giammanco glielo impedì. Poi Falcone andò via da Palermo, accettando il posto di direttore degli Affari penali che gli era stato offerto dal ministro della Giustizia Claudio Martelli. A Roma, Falcone continuava a conservare l’archivio di Gladio nel suo computer e a tenere in evidenza tanti altri appunti su quell’indagine mai avviata. Il magistrato ricordava fra l'altro le parole del giornalista sociologo della comunità Saman di Trapani, Mauro Rostagno, anch’egli morto assassinato, che si era presentato all’improvviso a Palazzo di giustizia per raccontargli di armi, aerei, aiuti umanitari per la Somalia, nell’estate ’88. Un Assassinio, quello di Rostagno, per cui è sospettato come mandante il boss trapanese Vincenzo Virga, la stessa persona che sarà incaricata da Totò Riina di procurare gli esplosivi per le stragi ma anche, nello stesso periodo, da Marcello Dell’Utri, di trattare il recupero di un credito di Publitalia con la Pallacanestro Trapani. Ed è lo stesso Virga condannato come mandante della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, costata la vita a una giovane mamma e alle sue due gemelline, un’autobomba fatta saltare per uccidere il giudice Carlo Palermo, appena arrivato a Trapani dopo che gli era stata sottratta l’inchiesta trentina sui rapporti tra politici del PSI, la loggia P2, il Simi, i servizi segreti americani e traffici internazionali d’armi verso l’Argentina e la Somalia. Di sicuro c’è che Gladio e i segreti di Trapani furono l’ultima indagine di Giovanni Falcone e, con le prudenze del caso, va detto chiaramente che, se dovessero emergere riscontri alla “confessione” postuma di Ciancimino, è da questa pista che potrebbero emergere elementi tali da far riscrivere la storia recente del Paese, facendo finalmente chiarezza sulla più violenta e aggressiva campagna stragista mai avviata in Italia dal dopoguerra e su alcuni dei più oscuri misteri d’Italia.

In questo contesto stanno prendendo quota anche altre indagini. Si cerca ora la verità sull ‘eccidio di due Carabinieri del 26 gennaio 1976, conosciuta come la strage della «casermetta» dei carabinieri di «Alcamar» (Alcamo Marina, provincia di Trapani). Le indagini sulla strage sono state riaperte da quando un ex brigadiere dell’Arma, Renato Olino, ha raccontato e confermato ai magistrati della Procura di Trapani che i condannati per quella strage con quei morti non c’entravano nulla, e l'inchiesta ripartita ha riportato i magistrati sulle tracce di «Gladio», di misteriosi traffici di armi e di materiale radioattivo in un periodo assai precedente alla nascita del Centro Scorpione.

Insomma la storia ci dice che ci si sta avvicinando a fili in cui scorre l’alta tensione e che quello che a questo punto si intuisce dietro il fumo delle tante esplosioni è tanto allarmante quanto probabilmente la spia di forti tensioni che, al momento, non sono ancora emerse, se non per qualche generico allarme dei magistrati siciliani che più volte hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che oggi la situazione è persino più grave che negli anni delle stragi. La sensazione è che ci si trovi ad un punto di svolta, vicinissimi alla rivelazione di segreti che, evidentemente, continuano a pesare come un macigno anche su vicende assai più legate all’attualità, tanto che viene da domandarsi se la “trattativa” e i ricatti incrociati non siano ormai, davvero e solo, un retaggio del passato.


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